Il dipinto di una notte Innevata… Sasso di Castalda

Un ricordo antico, nel limite estremo di una notte di confine, rende onore al desiderio e all’esperienza che il borgo, lontano dal sibilo dell’Agosto torrido, lascia trasparire ancora una volta.
Al termine di quasi dodici mesi, passati alla scoperta e all’ascolto, un ultimo premio (o regalo se si vuole), sopraggiunge come un dono che rende onore ad una dedica gettata al vento e al cuore di chi ha ascoltato.
Il caldo di un mese di fuoco, sotto i tocchi di orologi e campane, si disperde nell’aria, vagando al di fuori di valli e montagne e riposando li dove, un giorno, forse tornerà a ricolorare le nostre vite.
Le pennellate sul dipinto di quel presepe descritto più volte, questa volta son dettate dal maestro Inverno, genio incompreso dall’estro sopraffino che aggrazia e ridisegna persino situazioni spiacevoli.
E cosi, comincia sulla tela del borgo ad inventare, a immaginare ed a creare l’animo di forti emozioni.
Comincia dai monti, comincia dal ventoso luogo dove l’aria d’estremo richiamo piega al suo cospetto faggi e rocce, aggraziando cosi il contorno del fondo che abbraccerà l’interna opera d’arte.
Attende i primi giorni della Domenica, ghiaccia e rende elettrico un cielo bianco che accarezzato da deboli fiocchi tende ad ovattare il rivestimento più alto del paese.
Nel mentre dell’ingegno e nell’attimo esatto in cui, ancor non è conscio di ciò che andrà a realizzare, si accascia al desiderio di giungere rapido a valle.
Con una grigia matita prestata dalle amiche piogge, ricalca le linee eteree, eppur evidenti, dei vicoli e dei ciottoli. Ingrazia palazzi antichi, tinteggia tetti e valloni, oscura con tonalità di grigio e di nero, le sembianze di chiese, campanili e ovili di montagna.
Siamo alla fase iniziale dell’opera, quando ancor l’ingegno e la genialità, tendono un gioco di trame che realizza lo spettro di un futuro capolavoro.
Il lavoro corre sulle ali del corso di una stagione, una stagione che per poco ha rappresentato la realtà del momento e che grazie ad un semplice e rapido cambiamento, cerca disperatamente di correre ai ripari.
A quel punto, rincara la dose, sa che deve terminare il tutto in pochi giorni e rapidamente intinge il pennello in una tinozza ricca di bianco.
Mentre alza il braccio del suo grecale, lascia scrollare le setole dello strumento che graziosamente e come se avessero un piano preciso, seppur confuso e irruento, cadono sul quadro e lentamente coprono i ricalchi grigi.
Corre, non si ferma, avanza le sue pretese d’artista e intensifica il suo ritmo. Alza ancor di più il tiro e soffia, soffia sulla pittura per darle forma. Vuole render viva la sua opera d’arte, lasciando avanzare quel fiato che trascina il suo cuore alla definizione più alta di un sogno.
Imbianca, copre tutto ciò che nel primo passaggio immaginava lasciar in contrasto con colori d’autunno e poi, quando si accorge di brevi errori, cancella gli sbagli, con un tocco di mano o con un gomito, ma soprattutto con l’ausilio dei tanti amici che chiama al lavoro, mentre egli stesso decide di impegnarli fino in fondo.
Finisce cosi, la sua prima e rabbiosa mano d’artista che lascia Inverno soddisfatto a metà del suo operato; eppur si riposa, cede la stanchezza alla sua laboriosità e permette a chi lo ama, di toccar con mano i cambiamenti da lui decisi.
Lo fa con la consapevolezza che ha ancora poco tempo, con l’idea che un disegno, un quadro da lui diretto, può completarsi e svanire come un castello di sabbia costruito in riva al mare.
L’ansia di un addio lo irrigidisce, lo rende schiavo del suo abbandono e quando da lontano ode il richiamo di Primavera, la sua antica rivale che ogni anno gli contesta lo scettro della bellezza, si rimette all’opera.
Alza il suo destino contro ogni volere, non ama veder spazi di grigio lasciati vuoti e cosi, con le lacrime gelide agli occhi, mentre un vento caldo lo accarezza, lascia sfogare il suo dispiacere in un ultimo atto di gioia.
L’acqua che dagli occhi del suo cielo cadono, si poggiano nuovamente sul dipinto e nemmeno pennelli e altri strumenti ormai servono più.
L’animo di Inverno, nel cuore di Sasso di Castalda, reagisce al suo pianto e in alternarsi di una mano che tende di reggere sulle grinfie dei vicoli, stravolge per l’ultima volta il destino.
Questa volta, l’opera entra in dimensioni diverse, sembra non più statica e quadra, ma diviene d’improvviso percorribile e aperta al cuore di chi la desidera assaporare fino in fondo.
Lascia che i suoi estimatori entrino nel suo ingegno e permette a loro di tessere le trame dell’ultimo passaggio.
Piccoli passi, nel deserto di un attimo di solitudine. Scie di emozione che al suono di una soffice passeggiata creano ghirigori d’estrema e confusa bellezza.
Eppure, Inverno sa che l’amor di chi lo apprezza è tale che opacizza l’addio del suo andar via. Tutto in quell’istante diventa ovatta, silenzio ed inconfondibile richiamo dall’alto.
Il quadro è terminato ormai! La tela è pronta eppure, quell’attimo, svanisce al ticchettio delle rondini di Primavera che, rapida e inclemente, dolcemente cancella il ricamo della neve.
Il ricordo però, quello, non sarà spazzato ne ora, ne in un futuro lontano, perché nel susseguirsi delle stagioni e negli occhi che Inverno stesso ha reso liberi, Sasso di Castalda resterà sempre quel quadro d’incanto che nel candor di quella notte, rese grazia ad un interno anno.

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