La vera storia di Sole e Montagna

[Un testo di non facile comprensione che lascia spazio a sentimenti contrastanti e soprattutto ad interpretazioni multiple. Narrazioni complesse, intrecciate in parole semplici e di comune utilizzo, arricchite da racconti ornati di pensieri e sensazioni. La storia, rappresenta storie realmente vissute, personificate in elementi naturali e in personaggi umani che non hanno assolutamente vita nella fantasia. Volutamente ricercata tale forma e frutto di un’ispirazione di un mattino, alla vista del Sole che dolcemente svegliava il Monte Accellica che lentamente allontanava lo sguardo da una piccola luna.]


In principio non vi erano presenti relazioni o sentimenti, regnava nella solitudine di un quadro fantastico ma statico, l’esistenza di alcuni fattori che spinti in seguito da amore, rabbia, gelosia e passione, avrebbero incrociato i propri destini in una trama d’incanto.

La storia non nasce dal nulla e qui al racconto, non vi è un narratore scevro e incostante, ma bensì colui che tutto ha osservato dall’ inizio,colui che comparirà poco, ma all’ istante ne sarà chi ne scandirà il passo.
Ebbene si, quella clessidra infinita, nell’ ammucchiar sabbia in quei granelli che saranno secondi, minuti, anni, secoli.
Il tempo, padrone incontrastato, maestro amorfo e inconsistente, autore di questi testi, auditore dei dialoghi della natura, scrittore ed interprete delle varie essenze.

Sarà il rintocco dei suoi ritmi ad abbracciare tutto ciò che quel bosco, quel cielo e quelle città  furono in grado di dimostrare; ma non da solo, bensì con l’aiuto imprescindibile del creatore stesso della sua anima.
Cosi, immaginando di non dover giustificarsi e conscio delle sue certezze, si invola in quella regione immensa, incastonata tra mare e Appennino, li dove il suo orecchio pose attenzione all’ascolto. Li, dove ammansì la sua rassegnazione alla conoscenza del Sole e della Montagna, due interpreti che divennero a breve gli attori sul palcoscenico della vita.
Erano statici e distinti dal primo giorno del mondo, Lui donatore di splendore, orgoglioso e pieno di vitalità, presente all’esterno e visibile da sempre, Lei, nata in seguito, fuoriuscita dalle viscere del mare, quando la spinta verso l’aria la rese indipendente e le acque ritornarono a sdraiarsi nelle vasche dei coralli. Incontrati per caso, lungo percorsi intrisi di neve e ghiaccio, quando gli spettacoli del freddo tessono trame d’incanto. Fratelli e amici che nell’arco delle giornate, seppur non costanti e solitari in ragionamenti, giocavano distaccati e rispettosi, finché, al seguito di un fuoco che arse sui boschi dei varchi, aiutandosi a vicenda, crebbero d’insieme.
Sole dall’alto di anni vissuti tra valichi e pianure, Montagna giacente ferma nello stesso punto con una visione delle valli statica in mentalità non difforme. Un incontro passionale improvviso, rapido che non condusse alla risoluzione ne alla pace dei sentimenti, ma creò turbolenze, perturbazioni e preoccupazioni. Sicché tutto ebbe inizio.

 “Le fiamme costrinsero entrambi, con l’ausilio del pianto del firmamento, a scambiare opinioni e visioni. Erano rafforzate le loro paure e le loro certezze, seppur vibrasse ferma, nelle fronde dei faggi, un’anima di inquietudine.
In quell’istante dopo abbracci lunghi volti a curar ferite, si abbandonarono  e nacque l’impossibile desiderio da un gesto fugace che venne dell’alto.
Il bacio nascosto tra il sole e la montagna, sotto lo sguardo disattento di una luna in disparte, diede il via ad un vortice naturale di verità e serenità.
Dapprima, furente eccesso che condusse al tremore, poi tisana dell’animo in quietanza. Fu quello l’attimo di dolcezza e intimità che attraversò l’orizzonte di un nuovo giorno prima che entrambi ritornassero alla propria vita.
Intimità celata dalla gioia del Sole e dagli occhi inermi di Montagna che dal suo canto rivolto al punto più ad oriente, cominciò a percepire incertezze e dubbi, seppur avesse desiderato anch’essa che quei raggi lontani fossero per un attimo, alla mercé delle sue rocce più bianche.
Nessuno, aveva osato così tanto nel corso degli anni, ne alcuni, umani o animali, tentarono mai di distogliere il suo terreno dal prendere movimento e animarsi.
Eppure, decenni di passaggi, lungo tratturi scalpitati da fiere selvatiche e uomini amanti delle sue brame, ponevano accento sulla sua bellezza. Fascino interiorizzato, impercettibile dall’esterno, assunto a principio di certezza, solo da Sole. L’unico capace di scrutare nei valloni e nelle crepe del terreno cosi a fondo, da rischiar terremoti e smottamenti del cuore.
Il suo gesto, non venne ne interpretato ne idealizzato, ma raccolto da montagna quasi come una sfida che d’amor e di piacere nulla ebbe a vedere, sicché trasformò la bellezza di un innocente segno, quasi in timore di errore e di peccato.
Non passarono tante ore ancora che i pensieri si infittirono e cominciarono le preoccupazioni che mai, avrebbero dovuto prender vita in tale storia.
Al mattino un tiepido, timido e sfacciato bacio aveva svegliato la Regina. Con un raggio, sulla coltre dormiente,le ha lasciato un segno rapido, prima di dedicarsi ad un’ostentazione della propria bellezza su tutta la valle.
Durante il giorno si erano visti a distanza ed ora, quando le nebbie avvertono un disagio e comincia ad andarsene, Lui, sole in partenza si allontana salutandola con un ultimo regalo.
Lei montagna, osserva distaccata, forse temendo l’arrivo di mamma Luna che come si era fatta da parte al mattino, avrebbe interrotto bruscamente la loro storia d’amore.
Ma non si trattò di timore, ne di esser osservata e quindi degna di un dialogo intimo e in disparte, bensì di un risentimento che palesò all’esterno con tutta la sua indignazione.
All’alba dell’indomani, indispettita da quanto accaduto il giorno prima, tarda a svegliarsi e nasconde ancora la testa sotto la coperta di nubi.
Tuttavia con un occhio guarda e scruta l’est.
Nel frattempo, nonostante la sua proverbiale precisione, l’ego di sole, smisurato e ferito nell’orgoglio trema nell’aria e anche il grecale annusa il suo ritardo.
Si respira l’aria di un cambiamento imminente che gioca nel bosco un inatteso mutamento.
Da un ramo poi, mentre il litigio continua, gufo ritorna a casa, lasciando il posto a corvo.
È stata una lunga notte d’attesa, interrotta dai versi dei crepuscoli e degli abitanti in cappuccio, lontani dall’essere e scalzati dall’avere. Una notte nella quale le voci del bosco divennero incessanti e vi erano bisbiglii in ogni angolo del verde. Dai castagneti alle cerrete, sin sulle faggete e finanche ai muri bianchi delle vette. Lepri, cinghiali, volpi ed altri ospiti passarono voce tra di loro, scalpitando nei roveti o aleggiando tra le fronde. Tentavano invano forse, di chiarire aspetti e virtù di questi gesti, anch’essi colti di sorpresa da quello che avevano interpretato come un dono dell’alto e che invece, stava per trasformarsi in un dissenso che non aveva fine ne inizio.
Cosa giova alla natura una mancata intesa tra il padrone del giorno e la padrona delle terre vive?
A chi favorirà mai l’ingresso in un vortice senza percezione?
Ci si indagava, ci si scrutava nell’insieme degli elementi e si attendeva nel ritorno di un nuovo giorno.
E’ difficile da immaginare, da intendere e da credere, io lo so e nessuno ve lo dirà, ma l’ho ascoltato dai dialoghi di quei due alberi che sorvegliano la valle e la loro parola vale più di una prova.
Dopo gli ultimi episodi, montagna aveva chiesto aiuto all’atmosfera per scomparire, per nascondersi e lavare le sue indecisioni. Cosi per qualche giorno gli incontri terminarono e solo oggi, il ritorno alla normalità sembrava possibile. Eppure, il cambiamento annunciato è evidente ed infatti dopo aver vanitosamente cercato riparo dietro ad un camerino di nubi, si presenta ornata da un velo bianco che copre il volto.
Il raggio del buongiorno stamattina è difficoltoso e quasi traspare la sua inadeguatezza.
Freddo, impossibilitato a dimostrare affetto e sconfitto da un fermo impostogli. Pareva quasi che impenetrabile e non accetto, fosse il calore del Sole, un segno di sfida che Lui stesso non riusciva ne ad accettare ne a regolare.
Impetuoso d’aspetto, con accenni di vitalità improvvisi e una bontà di fondo, provò a ragionar con l’empio pensiero che si era attorcigliato su baratri di montagna.
Purtroppo, pur conoscendo bene ogni singolo filo d’erba, ogni verso che il vento incanalandosi nei suoi archi produce e percependo il battito più interno che nelle grotte e in fiumi sotterranei si attanaglia, confidò nell’attesa, affinché si potessero porre le basi per incontrarsi nuovamente e appianare disagi.
Nell’istante Montagna,lasciando quindi trascorrere notti e giorni con la convinzione di aver deciso il suo allontanamento, celava sempre più un desiderio di indipendenza che stonava con la realtà del momento.
Il Sole ormai, cercando altre strade, nutriva un dissenso interiore che non appariva sui boschi circostanti, tale era la sua amicizia e il rispetto, nei confronti di chi inerme era protagonista di vicende non dipendenti dalla propria volontà. Provava ancora a rappresentare una storia diversa e nonostante la freddezza della montagna, donava insistentemente un sentimento di vita che non sarebbe stato apprezzato ancora, ne accennava ad esser finalmente e nuovamente accettato per riprendere il cammino che prima di quel timido bacio calato da un singolo raggio, fu messo sul sentiero delle proprie vite. Lei era rimasta troppo tempo con i piedi per terra, senza tentare un volo capace di puntare ad un pezzo di infinito. Le sue radici profonde e istruite alla precisione non permettevano nulla di facile ne di intuitivo e soprattutto, bloccavano sentimenti e passioni positive.
Quant’è dura a volte, l’incanalarsi in certezze trasportate da altri fattori, magari incontrati proprio in quell’oceano che l’aveva accolta nel principio della sua apparizione; non era colpa sua, se fredda e giacente si mostrava al mondo esterno, era stata cosi concepita e nel suo ruolo manteneva la bellezza della sua maestosità che si concretizzava in purezza e forza.
Il buio avvolse i pensieri di entrambi e quando nel rientro ci si addormentò alla tranquillità, vi furono inattesi cambiamenti.
La notte serena e gelida contribuì ad una dolce chiacchierata con la luna. Era l’ultima fase del suo viaggio di Marzo e prima di tornare nell’ombra provò a sussurrare consigli a montagna, la quale accecata da un fremito di indipendenza, voleva risposte e certezze. Il vento sferzante ci aveva provato al mattino senza vittorie, cantando odi e spronando la sua corona, imperversando senza sosta fin negli atrii più impercettibili delle sue crepe. Eppure, come un miracolo, con l’aiuto delle stelle parve giungere una svolta, tanto inattesa quanto immaginata.
All’alba, come destatasi da un sonno e senza pregiudizi, ritornò ad accettare l’abbraccio del sole. Lo ammansi e si ammansi essa stessa. Docile, gentile e finanche brillante nel timido verde delle prime foglioline e dei primi fiori del bosco. Era finalmente, subentrata in una primavera d’animo che provava a rafforzare e fortificare.
Il tempo, soddisfatto e amante delle sue utili attese disse:

“ho fatto la mia parte”.

Mise allora freno alla sua fissa inquietudine e si abbandonò al sole, seppur dimostrò nuovamente tutta la sua inadeguatezza che è figlia delle radici di un entità che non muove passi.
Sotto il suo sguardo acceso, stavolta è timida, sfuggente, insicura eppur visibilmente felice. Ma soprattutto indecisa, nella sua ferma decisione che diventa incertezza, quando è certa di un qualcosa che risulta essere irreale, nella realtà degli istanti della sua mente.
Il tempo continuò a scorrere mentre la luce avanzava e in questa mattina, quei raggi brillavano di quella certezza che ne è scaturita da tutte le sue confusioni, nonostante non riuscisse ad esprimersi al meglio ne con l’ebbrezza che avrebbe voluto.
Era felice anche lui, in una giornata senza pretese.  L’unica vera fonte di gioia.
Tuttavia, quella pretesa mancante e quella placida visione, durò poco e si precipitò nuovamente in un dissidio che tra Montagna e Sole, divenne come una sfida sul chi per primo cedesse all’incapacità dell’altro. Perché, seppur uno con amore e l’altra con paura, entrambi sbagliavano, nell’indole inesatta di un impostazione errata del proprio essere. Comprendevano poco che nel mondo erano nati come due entità distinte e non unibili, non avvicinabili ne assimilabili, ma in quel furor di pensieri, continuarono a sceneggiare racconti.
Infatti, nonostante fosse sbloccata l’incertezza momentanea, non durò molto l’assenza di interventi e mentre l’inverno scappava dal loro mondo, nell’aria risuonava una voce estrema.

Chi sei tu? Ch’io col mio spirito desidero riscaldarti e donarti tutta la vita che dono?
Chi sei tu che nel fremito di queste lune appari e scompari?
Chi sei tu ch’io non faccio a meno di voltar lo sguardo, eppur rimpiango il mio viaggio, tant’è che s’io potessi, nascerei ad ovest e andrei via ad oriente.
Spicca quel volo che falco ogn’ora ti mostra li su!

Le parole di sole, silenzioso e orgoglioso fino a quel punto, squarciarono l’aria e la foresta.

E lei:

 io ti ringrazio per il tepore che doni, per quei fiori che ora mi ammantano e per la gioia che mi sussurri. Ma io son montagna e ad ora, come questi alberi, pongo radici e desiderio altro non respiro.

Il responso di montagna invece, firmò come su tavole di certezza, la sua fermezza nel frenare tentativi impossibili.
Fu un momento di imbarazzo, di tristezza e di indecisione che lasciò al Sole un pugno di misteri, nonostante per il sesto trentesimo consecutivo, non volesse ceder spazio al viaggio ne alla rassegnazione. Ma l’esperienza fu tale che fermo nel suo circolo fisso negli astri e nell’orbita affermò programmi differenti.
E cosi, un nuovo inizio partì, ma la speranza ch’è vita non svanì. Perché non poteva svanire ne affievolirsi, siccome certo di ogni certezza, seppur un gioco di parole può intendersi, era Lui nel suo momento più alto dell’ Io che incontrò passi e passi fa.
Quindi altre mete, altri sogni, altri immaginari destini eran passati negli ultimi giorni. Dapprima solitario e poi in compagnia di nebbia, vento e saggezza, riprovò ad immaginare un’altra vita lontano da se stesso, dirigendosi a nord, salutando montagne che mai aveva incontrato prima e percependo boschi incantati che seppur più affascinanti e sereni, non rappresentavano ciò che aveva deciso per se stesso. Sereno era, gioioso e felice di aver viaggiato per mete eteree, eppur non ammantava di passione ciò che sbirciava, come se i suoi raggi, pur cadendo su tutto, fossero stanchi e disinteressati.
In un lampo poi, ritornando nella sua ombra lucente e svegliato dalla cincia, inviata da montagna, che annunciava un incontro, seppur titubante, accettò l’ebbrezza di un ritorno.
Sapeva la difficoltà da affrontare e all’istante del primo risveglio, quando in quell’alba come sempre incontravano gli sguardi, si riperse.
Ardeva, come non aveva potuto far nell’inverno intimorito dall’arrecar danno e far sciogliere il suo candore di stagione. Infiammava inclinando quasi a mezzogiorno la sua vista e lei, figlia della primavera che le rinfrescava lo spirito, appariva serena e misticamente incosciente.
L’ aiuto dell’impeto di sole fece si che nacque un racconto a Montagna come fosse una novella dei giorni passati e di ciò che loro avessero provato in quell’incendio. Dopo averla onorata di tali esperienze, senza ferite e senza risposte o nuove domande si allontanò e proseguì il suo quotidiano viaggio.
Volgendo alle spalle Sole continuava ad abbracciarla nel suo ritorno al mare mentre lei non si accorgeva di nulla o almeno all’apparenza.
Infatti, il cielo che l’accerchiava si tinse d’uggioso, come se un dolce pianto stesse per cominciare a sgorgare dalle sue sorgenti. Intenerita dalla novella, infervorata da quelle stesse parole che in quel focolaio, ricordò essa stessa di aver accennato e conscia di esser restata giacente nell’esser da se stessa forzata al fermarsi. Una sensazione di impotenza che la condusse alla fuga, seppur non potesse farlo, per quel motivo di staticità che mai l’abbandonerà.
Quel racconto e quel nuovo incontro, non passò inosservato e intanto, seduto su una roccia e con le spalle ad un tronco di castagno, un saggio dall’aspetto umano, probabilmente un pastore e non solo di greggi, assisti’ in silenzio alla scena, mentre prendeva passo verso il tratturo del paradiso e incrementando coraggio nel redarguire, grazie alla sua esperienza, la giacenza della sua foresta.
Con il suo passo rapido e deciso continuava il suo cammino, ogni tanto slacciava i sandali per scolorirli dalle polveri bianche del monte e il pastore non ebbe da pensare a lungo. Mentre il sole si allontanava, prendendo coraggio sussurrò parole liete a montagna, dapprima utilizzando un tono quieto e gioviale.

“Mia cara compagna che lungo i tuoi tortuosi percorsi conduco le mie greggi, con il rispetto che ti è dovuto io ti esorto alla comprensione.
Giorni sono da quando compresi i vostri destini e ora, col cuore tra le mani ti chiedo di osservare le sue mosse. Hai realmente inteso ciò che la tua fermezza sta perdendo? Hai forse frainteso ciò che l’uno e l’altra potessero creare in fusione?
Ancor ora, mentre lui cala, si aggrappa a te con un bagliore soffice e delicato, una carezza eterna di passione e non ti renderà triste nemmeno nella notte buia.”

Sicché un Gufo posatosi sui rami delle sentinelle, nel suo verso indicò la Luna; in quel momento montagna capi che anche in sua assenza, Sole si specchiava di notte per guardarla con l’aiuto della madre del buio, riflettendo la sua luce su di essa. La Luna infatti, rappresentava quel collante che di notte, oltre a far si che continuasse la sua missione per gli esseri che sotto abitavano, permetteva al mistero del giorno, di avverarsi anche nell’oscurità, osservando dai suoi crateri grazie alla sua luce riflessa.
Dalle parole del pastore, dalla comprensione difficile di montagna, un’altra calata di blu terminò, lasciando il posto nuovamente al mestiere infinito di Sole. Pallido, smorto e finanche con parvenze di rassegnazione. Nel firmamento, una luce fioca e distratta aleggiava come un presagio d’addio. Tutto era evidente, nonostante la sua figura si celasse chissà dove, e il suo dolore accecava la via delle mandrie che risalivano sul monte.
Opponendo la vista, curvandosi aldilà delle catene, prestava orecchio verso il varco.
L’ascoltava, nell’immenso concerto che dai tasti delle felasche e dalle corde degli alberi, echeggiava su tutta la valle e librava come un ode a Dio.
Musica di riposo o di inquietudine, gettata nell’aria, alla mercé della sua stessa passione.
Montagna quieta e placida raccoglieva il battito del bosco; la melodia che inventava e la sua indipendenza sfiniva l’istinto dell’alto signore. Pareva quindi che ne l’incontro, nel il messaggio del saggio fossero passati e cosi, conscio dell’aiuto che da quel signore venne dinanzi, si apprestò ad effettuare un nuovo tentativo.
Oltrepassato il confine estremo di quel dì e una volta abbandonatosi al riflesso tra le stelle, preparò nuovi intenti all’alba che correva.
L’ode del pastore, aveva reso nuovamente in piedi vecchi battiti e insolute preoccupazioni. Sicché, data anche la concreta ed empatica conoscenza che tra i due vi fu e l’aiuto che da egli venne, decise di incontrarsi in segreto, nel primo respiro del giorno, li dove il vallo volgeva sguardo sul margine del mondo.
L’attendeva lui, col manto nero e lo sguardo di gioia, su rocce e balzi, al canto di una croce in ferro.
Sole, timido e introverso, col rossor di vergogna e di principio, non osò raccontar disagi e a lui si prestò.

Montagna fu cieca e non volle coglier nessun segno di una mano tesa e accortomi di ciò,nel sospiro dei castagni a lei mi volsi. Ora, accogliendo il ritmo del tuo cuore e fissando la tua luce come vista che scruta l’infinito, ti invito ed esorto al prender nuovo viaggio.

Cosi, il saggio, introdusse alla rivelazione e proseguendo in intenti disse:

Radici non ponesti sulla terra eppur vedesti ella sempre e donasti vita e voce, tal del desiderio di Lei, tal nel rispetto delle sue creature. Ma, a tal bellezza, riprendi cammino, abbandona rancori, ridipingi le tue fiamme e partiti dal qualunque! Rallegrati laddove, volesti risposte e pur certezze avendo, non rassegni la tua Vita li, dove tutto partì.

A tal novella, come svegliatosi da sonno e non da sogno, Sole allentò la presa, lisciò il suo volere e per giorni, procedette retto incontro alla Verità.
Senza pretese, come quelle giornate che lui vagò in cerca; senza pretese come accolto dall’Amor immenso che non lo abbandonò ne prima, ne mai.
Sul confine di quel mondo,pose la sua rinascita e si preparò all’indomani. All’apice del creato intorno, dopo aver proferito parola e ascoltato lo spirito del saggio, che li occhi avevali aperto, il Sole, ricordò il chi fosse e il dove venne. Abbandonando l’effimera corazza terrea, rinunciando al suo amor forzato e contrastato, aprì i raggi ancor più in alto. E li, mortificandosi, pose udito a Dio.
Dall’istante, sette settimi di albe e tramonti furon di silente ascolto; e ad ogni risposta nel suo ardor cocente placava in brezza il suo sentimento.
Lasciò mai inerme il pensiero di Montagna, ma opponendo un velo che dirimersi potrebbe solo in provvidenza, scambiò con essa consigli e pensieri, immergendo la sua temperanza al suo pazientamento.
Ivi fu un lunghissimo periodo di meditazione, lontano da visioni effimere e non tendenti al principio delle cose. L’abbandonarsi all’Essere fu una totale consegna nelle mani del creato.
Vi si abbandonò a tal punto che affidò ad Egli tutto le speranze e la volontà che ne fu vinta. Sole non aspettava una celere risposta da Montagna, ne attendeva cambianti che ormai, lungi dall’esser imminenti, potevano modificarne i pensieri. Giaceva nel suo angolo di cielo, ad ogni alba e ad ogni tramonto, respirava in sintonia con le rondini che giungevano da luoghi più freddi e con esse inneggiava all’eterno. Ma, la corruzione personale di chi forte e integro appare all’esterno, è facile a verificarsi e dopo esser stato messo alla prova, a lunghe cospirazioni del suo animo, cedette di nuovo.
Sicuramente conscio del poter affidare preoccupazioni altrove e certo della vicinanza del suo confidente, puntò comunque lo sguardo li dove tutto cominciò e riprese a sperare.
Pur non riuscendo in alcun modo ad osservarla o a raggiungere una intesa, affinché i loro sguardi si incrociassero per trarne sentimento, la luce tenera penetrava le nubi come un flebile pensiero.
Tuonava, secondo lui, l’animo di montagna, proprio nel tempo in cui, verde di speranza, le sentinelle e il suo manto si vestivano.
L’ ora di una decisione rimbombava nell’aria come in presagio di un mistero intangibile, una decisione che ancorata nell’alone buio dell’impossibilità tardava e ritardava.
Il rumore incessante dell’incoscienza portò all’esasperazione perfino le creature del bosco, le quali ormai stanche dei continui mutamenti del tempo, causati dagli sbalzi d’umore di sole e montagna, non permettevano una vita serena e tranquilla. Cominciarono a rintanarsi dapprima i piccoli terrestri, poi al richiamo di Sole, persino il volo dei rapaci cessò. Finanche la presenza di animali da fattoria venne a mancare al suo richiamo. Piombò nella tenebra della solitudine, incompreso, senza confidenti e con la timidezza di volersi rivolgersi al pastore, perché dalle sue parole aveva raggirato il senso e confondendo la certezza con l’ambiguità, volle inciampare nel nuovo baratro.
Silenzio assordante attutito dalle chiome degli alberi che accarezzate dai suoi raggi, nascondevano ogni essere che da Lui si allontanava. Cosi tutto ciò che gioia arrecava e che dinanzi ai suoi occhi appariva, dipingeva qualcosa di astratto.
Proprio un dipinto, un quadro d’amore e di serenità, era quello ciò che aspirava con l’ardor del suo io. Eppure, il sole rivolgendosi al saggio, il quale a sua volta lo ricondusse li dove fu, chiese lumi sul perché.

Perché pur bruciando di passione verso chi amo e non, resto qui solitario in attesa?
Perché allontano chiunque io doni vita e conforto?

Non vi fu risposta, se non un cenno al silenzio che indicava nella Speranza un disegno più grande.
Sicché preso a commozione esso stesso dei suoi anni, conscio della sua comparsa fin prima che essa, montagna giovane, uscisse dagli oceani, si abbandonò in pianto.
Allora smosse braccia potenti e calde che ad esso lo raccolsero e di li, seppur disperato si sciolse in nuova e fervida attesa.
Lei Montagna d’altro canto, con gli occhi e il cuor nuovamente in inverno, assecondando un semplice volere passeggero, conversando alla rinfusa e con chiusura, tralasciando emozioni e sfuggendo, si riavvolse nelle nubi, senza immaginar ritorno nelle ore a venire. Ritorno sperato, condizionato e infelicemente complesso che stenta a volare lungo le corde della buona novella.
Passarono giorni in quell’attesa e niente fu come prima.
La presenza del sole, impossibile da nascondere o da celarsi momentaneamente e apparire come un ricordo, lambiva, nonostante tutto, quotidianamente la sagoma di Montagna, eppur nel desiderio incessante del ritrovo, aleggiava ormai forestiera, alla ricerca di quell’abbraccio che venne dall’alto che solo in abbandono era possibile ricevere.
Conscio dell’irremovibile posizione, nella distanza di uno spirito lontano, cominciò a vestirsi da eremita, vagabondando con orgoglio e con fascino, in borghi senz’astio ne frenesia. Giunse quindi, avvolgendo il capo in umiltà in un centro accogliente e dalle buone usanze. Assaporava in silenzio, le coste dei cerri contornate da rifugi e case di pietra. Bussava alla porta delle due miglia sussurrando alla Castalda, prima di entrare nella vita di chi voleva accarezzare.
Consigliera di coraggio e di sapienza, la roccia solitaria con cui aveva quindi scambiato rispetto e che nell’anonimato manteneva la sua missione, placava come la brezza di quel mar distante, l’ardor costante. Aveva ritrovato il suo equilibrio, non rappresentato solamente dallo scandire del tempo, ma dal desiderio interiore di raggiungere una intesa con se stessa.
Osservava ogni giorno la passione che circondava quelle arene e preso a coscienza, ebbe un’idea nel suo cuore.
Fu nell’attimo esatto in cui, un raggio oltrepassò le fronde di un cerro e inquadrò una volpe fulva, che lo sguardo di quella creatura movimentò l’esperienza di sole.
Sceneggiando nel centro del suo calore ciò che vide e trasponendolo in realtà, decise di intraprendere un percorso di onestà e di concretezza.
Nel frattempo, dall’estremità avversa del confine dell’indifferenza, fermo e imbarazzato, con timidi tentativi di risveglio, il bosco di montagna accennava ad una lenta primavera che annusava solamente chi più in alto del mondo risiede. Sicché proprio su spinta di quella forza, incontrata tra i vicoli caldi di quel borgo e nel candore del sasso, la storia intraprese un nuovo sentiero e si aprì un nuovo capitolo.
Nell’errore del quinto e distante incontro, Sole e Montagna incapparono nuovamente e fu del desiderio di rivalsa e nella coscienza dell’impossibile confronto che annientarono il lumicino che acceso era rimasto lungo le rapide del destino.
Arrivò notte e ripensando agli occhi di quella volpe e all’infinità bontà che dai ciottoli e dai consigli di eterei abitanti, parlava d’amore, di desiderio e di conforto, Sole ricordò dei suoi immensi viaggi, delle sue memorie sapienti e mise in movimento un cammino nel mondo per realizzare il suo sogno.
Passò quindi, un ennesimo e proficuo giorno e calò nel passaggio di mano, come ad ogni rintocco dei ventiquattro pilastri, come un tempio di certezza e umiltà. Rasserenò il cielo calando il sipario sulla turbolenza di un quotidiano vivere incessante.
Aveva spiato tra l’orlo di quella tenda, riflettendo la polvere e infittendosi al tramonto, ascoltando la melodia che mena all’altro capo dell’essere.
La sua scelta ormai era concreta e all’ennesima sfida servendosi della luna che rilassava le creste di Montagna, capi che solo all’umano avrebbe rivolto il suo desiderio. Il loro amore martoriato e impossibile, ardor avrebbe trovato nell’animo di chi, tra passioni e desideri, avrebbe reso giustizia a quelle voglie.
Lasciò scorrere il tempo della passione, gettò il suo raggio alle spalle dei suoi ricordi e prese il via a tessere una tela che solo la notte pareva consigliargli.
E in quei consigli che da se avrebbero rammentato l’impossibile, la grande stella del vivere, decise che ciò che non fu per esso e per montagna, fosse da trovar nei passi degli uomini.
Uomini delle quali storie si era fatto padrone e conoscente, uomini che raccontavano di se e di ciò che volesse fosse rappresentato, uomini che narravano di sole e montagna come fossero essi stessi.
L’idea di un incontro tra le sue scelte d’amore terrene e il suo animo implicava un chiarimento con montagna, la qual dal suo ventre avrebbe descritto al Sole chi tra i tanti umani, fosse per Lei quella luce d’incanto che avrebbe incontrato il suo alter ergo di candore.
Cosi, nel tramonto di un nuovo inizio, abbandonando il suo pensiero su una soffice nuvola, spedi il suo messaggio a montagna e le narrò di Lei, giovane di mare che negli addii al giorno osservava nel calore di una stanza, mentre scriveva e componeva melodie. Ad essa, dopo averla conosciuta negli intenti in oltre venti circoli di vita, aveva posto il suo ardore come colei che rappresentasse montagna.
Ma non fu solo la musica e il chiaror che alla regina raccontò, bensì mostrò in miraggio, le avventure di un giovane, innamorato dei suoi boschi che in anni e tentativi, scrutava e correva sui suoi crinali. Un giovane dal cuor sereno che da se, apprezzava l’intimità delle faggete e lietamente accarezzava i suoi terreni. Eran entrambi, dalla melodia alla passione, color che avrebbe voluto che sulle strade della vita si fossero incontrati in cambio del proprio amor impossibile.
Quando il sole si confidò e mostrò il suo amore, esprimendo in parole e sentimenti il suo desiderio, montagna sconfinò in temporale il suo pianto. Tuoni silenziosi e lampi nascosti allo sguardo rinvigorirono le sue vesti. Le lacrime che appesantivano le foglie crollavano sul terreno come pesanti diamanti. La natura di questa esplosione di malinconia ne fu lieta e sollevata.
Immaginava quante sere il Sole scrutava in quella stanza e quante volte anche lei vide quelle due persone da lui scelte per coronare il suo sogno. Fu la giornata più vera e controversa che legò in rassegnazione e consapevolezza la loro storia e fu l’istante in cui, rivoltisi all’infinito di Dio e abbracciando in un termine temporale la mano del Pastore, espressero il lor desiderio ad esso.
Cosi il Sole iniziò:

 

“Si che noi, dal nostro imprescindibile posto, impossibilitati fummo a regalarci amor e a rassegne i nostri animi, vedemmo in due giovani, i nostri anni migliori e nelle loro fascinose menti e nei loro cuori puri, riponemmo il coronamento della nostra storia. Fa che il tuo aiuto, già immenso e cordiale, rassereni per sempre i nostri pensieri”

E la Montagna proseguì:

“Etereo e inimmaginabile sentimento posi tra le mie radici, si che fui io stessa colpevole del mio fermo, della mia freddezza. Temo e ripudio la mia inerme ragione e il mio impreciso desiderio, ma a te che del tuo pensiero facesti conoscenza a noi, anch’io mi rivolgo e ti chiedo che quel percorso di due anime da noi vissute, in quei corpi trovi l’essenza di ciò che non potemmo”

Il pastore, corse in aiuto della natura, a sospiro di un giorno che sempre immaginò e nella certezza della grandezza del suo creatore, capi da subito che quell’aiuto fu un decifrabile segno.
Lasciò cadere senza timore la virtù del suo cuore, rallegrò il destino eppur sofferente nel dover immaginar due distanze mai colmarsi, fermò il volere a quel disegno di bellezza.
Anch’esso ebbe in apparizione, concessa dall’infinità della bontà, lo sguardo dei due giovani e affrettandosi in preghiere e raccomandazioni, volse il suo tempo all’incontro.
Frenesia e movimento che nei tocchi di un campanile riportavano alla memoria del Sole e della Montagna che egli stesso, dal balcone del suo tempio, osservava come in obbligo di una missione.
Raccontò per strade e tratturi le sue vicende, scese nei meandri delle conoscenze e resosi utile e perfino imprudente in passi senza accessi, conobbe il segreto di entrambi.
Raccolse il coraggio, implorò Iddio e strettosi in canto, dopo avversità e difficoltà terrene, compì il desiderio di conoscenza che gli fu chiesto.
Sotto la sua ala paterna, accolse gli animi dei due giovani, li accudì e con spirito soave e gran fede, li avvicinò.
E li avvicinò a tal punto che dapprima in paura, fin poi in tripudio, saggiò finalmente la prontezza dei due cuori e tutto ciò che fu sognato, in un contempo rapido eppur remoto, si realizzò.
Tenera e finanche fanciullesca, la visione di Sole e Montagna trovò realtà in quello sforzo di pensieri e parole e generò settimane d’incanto, caratterizzate da cieli azzurri, tempestati da uccelli di ogni specie che inneggiavano in versi e odi la gioia del momento.
Il verde delle fronde inermi di montagna si accese, fiori da colori sgargianti e tinte d’opere d’arte, resero onor e giustizia ai dolci ed impervi crinali e finanche animali che in concordia mai resero grazia, festeggiarono lungo il sentiero del Paradiso.
La gioia di un fine che in realtà conduce alla verità, rappresentò la trama di un canto che mai ebbe a sentir dolor o ricchezza d’intento.
Tuttavia, la realtà che rese giustizia ad un desiderio inatteso e all’irrealizzabile sentiero irto e spinoso, fece emergere le difficoltà che dal cuor di chi si impone, giunge rapida e diretta all’impossibilità di un incontro d’anime solcate da immutabili differenze.
Sicché, seppur realizzato, seppur in contrasto col suo volere,sfinito e straziato da quel disperato tentativo e vedendo realizzarsi un sogno che solo in umano compì in concretezza,Sole si adagiò in sospiro.
Pensò a lungo, confuso e perso, seppur consapevole che fu solo il suo temperamento a ferire. Troppo ardente, esageratamente vivo e sentimentalmente costante. Pregi che su verdi fronde, arricchite di vitalità, trasformano virtù in difetto.
Lasciando scorrere nel fiume dell’oblio le sue intenzioni si voltò ad Ovest e riprese a tramontare.
Palese la realtà che di ognun si mostra, a tal punto da conferir differenza eterna tra ciò che è fermo e ciò che vaga.
Sole e Montagna, mai abbandonati ma seguiti al lor destino, ripresero un cammino di singola esperienza.

Ed io, tempo, narratore inerme di questa vicenda me ne andai a compiere virtù;
e passo ora al presente di nuovi viaggi e fresche novelle con l’intento al sarà futuro che diverrà all’istante un passato antico nell’attimo in cui deciderò di riprender parola.

Angelo Mattia Rocco

 

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